Café Littéraire Giuseppe Cornacchia,
"Di cosa siamo poeti?"
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Giuseppe
Cornacchia
La questione "Ci si è lamentati, di recente, di una chiusura della poesia nel privato, ma di che cosa la storia ci chiede testimonianza? Ci si è anche preoccupati del pubblico della poesia, ricadendo in sociologismi viziosi e perdendo di vista la responsabilità del poeta che è forse rivolta, anzitutto, all'oggetto del proprio discorso. Allora, che cosa ci ispira poesia oggi, e perché? E che cosa significa essere ispirati? E come si resta (nella lingua e nello stile) fedeli all'avvenimento di cui ci sentiamo responsabili? È sempre più diffusa la convinzione che il Novecento sia prossimo alla fine, se non già esaurito. Sei d'accordo con la realtà di questo passaggio? E quale poesia sta soppiantando quella novecentesca? Quali scelte nuove sarebbero, secondo te, alla base della svolta? Dal Simbolismo in poi, e in un certo senso per tutto il Novecento, abbiamo assistito all'annuncio di un evento assoluto, come se il quid da sondare fosse la creazione in sé. Superare il Novecento significa riferirsi a questa tradizione, magari sviluppandone le istanze in modo finalmente costruttivo, oppure volgersi ad altre linee forti, ad esempio a certe esperienze progettuali oppure 'civili', per inaugurare (o tornare a) una poesia più inerente alla Storia? Quali scelte linguistiche e stilistiche ne conseguono? Da più di un ventennio, per esempio, si manifesta una tendenza 'trasversale' alla restaurazione di metri tradizionali e forme chiuse, che coabita con una spiccata diffusione di generi nuovi come il poema, il poemetto narrativo ecc. Nella lingua della poesia contemporanea, inoltre, è sempre più cospicuo il ricorso all'italiano medio, ma persistono forme di ampia disponibilità plurilinguistica. Quali sono le soluzioni più congeniali della poesia di oggi? E se tutte fossero sensate, dove va rintracciato il criterio discriminante del quale si dovrebbe servire la critica? Si richiede una risposta personale, dal momento che non si può delineare alcun dover essere della poesia che non risulti, in quanto tale, estraneo all'esperienza di ciascuno; ma si chiede anche la tensione verso un'opera comune, un orizzonte di senso condivisibile, un'esperienza comunicabile che si tramuti in storia." (Marco
Merlin, condirettore della rivista "Atelier" e moderatore del convegno,
luglio 2001)......
Premessa Compito della critica è riconoscere il dono poetico, dove c'è. Volerci intervenire, influire, plasmare non le compete. La critica militante non fa pensiero né poesia, ma storia e politica; non è un male ma non credo sia il momento adatto: non ci legge nessuno, socialmente abbiamo peso nullo, soldi ne girano pochi o niente. È ridicolo fare camarille in questo ghetto. Invito i poeti a non prostrarsi al giogo di chi vuole incasellarli scrutando da una lente, qualunque essa sia. Invito la critica a rispettare il dono senza strumentalizzarlo: non ha competenze sufficienti, né la forza dei numeri. Una generazione di poeti intraprendenti, questo serve, persone consapevoli della necessità di stare fuori dal proprio orticello per imporre la forza della poesia (contro i suoi surrogati) senza mediazioni e asservimenti; poi, magari, proporre pensiero. Basta con la figura del poeta romantico o neoromantico portatore di tutte le sfighe del mondo (in primis la propria); basta con il poeta-professorino tiranno di se stesso e dei suoi malcapitati allievi. Non sarà originale parlare di poeta-uomo d'azione ma l'alternativa è l'afasia, la calimerizzazione, la chiusura in un mondo privo di forza d'urto. Un piagnisteo. La rivoluzione si fa da dentro il sistema, non abbaiando alla luna fuori da eterne zone rosse. Pragmatismo, insomma, farsi largo in questa vita. Poi ci divideremo la torta, ma prima prepariamola... ...... .. 1 Mi pare malposta la questione dell'originalità e dell'innovazione. Il poeta non propone ma rende quello che il mondo già dice, traducendolo a chi non capisce o non ha la sensibilità per distinguerlo. Più che di "ispirazione" parlerei di "sensibilità": il poeta vede prima di altri, poi magari stabilisce relazioni nel contesto spazio-socio-temporale. Questa seconda fase del fare poesia non è diversa da altri lavori d'ingegno: i più bravi "anticipano", nel senso che fiutano il non ancora noto e lo esprimono con i loro strumenti. L'originalità, l'avanzamento, l'innovazione sono il servirsi correttamente di strumenti raffinati dall'uso che se ne è fatto in precedenza, o del tutto nuovi (scaturiti da innovazioni digerite). Non portano avanzamento immediato poesie visionarie, di grande e pura potenza immaginativa, ma non si possono negarne legittimità e valore: l'albatro sta bene in ogni tempo. .. Il discorso poetico non è metafisico: il "dono" è talento linguistico-verbale unito a una spiccata empatia con i fatti del mondo; per cavarne poesia occorrono capacità di sintesi e, soprattutto, discernimento critico nello stabilire le giuste relazioni (anche in ordine di importanza) in quanto si esamina. L'opera comune ha il compito di calibrare gli strumenti, migliorarli, crearne di nuovi mano mano che la critica registra innovazioni. E di dare una interpretazione degli esiti poetici, proporre relazioni che possono essere o meno condivise. .. .. 2 Ho un'idea laica della poesia e non porto "testimonianza". Mi faccio poeta di quello che penso (e sento) quando ho voglia di scrivere in versi e mi faccio responsabile di un esito di piena resa esperienziale. Mi propongo di scrivere a più livelli senza sacrificare una linea conduttrice di discernimento critico e lucidità intellettuale. I temi, le idee contingenti, le spinte ideologiche, i particolari stati d'animo, le pulsioni emotive hanno valore coreografico. Per ora non ho intenzionalmente scritto per fare "cultura" e di questo chiedo conto alla critica. Non milito in nessuna corrente e non ho idoli da glorificare, né mi attira l'idea di sacro quando va oltre una dimensione strettamente privata dell'individuo per incarnarsi in forme antitetiche al suo presunto Essere. .. .. 3 Dal punto di vista del pensiero, sono epistemologo di versante analitico. Wittgenstein e Popper hanno distrutto le pretese neopositiviste della scienza, Quine ha cercato di ripristinarne qualcuna. Rorty e Putnam sono gli ultimi di quelli che si interrogano su come stabilire chi ha ragione e torto, nelle controversie umane, e se proprio sia indispensabile procedere secondo questo schema. Io confido in un approccio "collaborativo": messe in chiaro le questioni, ognuno può dare un contributo attingendo agli strumenti suoi e a quelli messi a comune dal lavoro collettivo. Un modo di operare simil-scientifico che lascia all'artista libertà d'espressione ma ne verifica gli esiti e le intuizioni, padroneggiando gli stessi strumenti. Esempio: il poeta dice: "Ho visto che in tali situazioni succede questo"; la critica risponde: "Acclaro / non acclaro l'esito estetico". Poi, eventualmente: "Riconosco / non riconosco la tua intuizione perché la vedo / voglio così". .. .. 4 - Poesia dopo il Novecento. Brevi considerazioni 4.1 - Negli ultimi quattro-cinque anni vedo una riscoperta dei localismi, aggregazioni regionali (quando non provinciali) fuori dei circuiti editoriali maggiori. Vedo anche una fioritura di aggregazioni telematiche, specie giovanili, di livello medio-basso e amatoriale. Le migliori di tali iniziative andrebbero valorizzate, fatte entrare in un circuito più evoluto, anche considerando che molte sono del Sud Italia, spesso isolato ma affamato di idee e voglioso di partecipare. Si sono grandemente allargate le possibilità di muoversi fuori da ogni schema preordinato, anche nella vita quotidiana, a prezzo di perdita di complessità e di capacità di mettere in relazione idee ed eventi assegnando pesi specifici coerenti. Hanno perso valore le scale consolidate e se ne cercano di nuove; qui uno dei compiti di chi vuole fare cultura. .. 4.2 - A livello di poesia riconosciuta a livello nazionale, non ci si discosta dall'andamento suddetto. Credo si debba guardare attentamente all'ultimo trentennio, partendo da lì tanto la nostra esperienza vitale quanto una più decisa dissoluzione di quelle scale di riferimento. Mi pare sia qui il ritorno alle forme chiuse, che è forse un effetto di questa "paura del non più classificabile", del timore di perdere la propria identità. Una reazione conservatrice, più che una proposta alternativa. .. 4.3 - Salta all'occhio in molte delle pubblicazioni periodiche o antologiche che ho consultato il livore dei piccoli clan di provincia all'assalto delle Grandi Case Editrici, piovre inibenti "vera inventiva". In genere sono non-editi frustrati. Ogni cricca rivendica il diritto di esistere e, quando manca del tutto il senso del pudore, avoca a sé il Dono, la Verità. Questo è un nefasto effetto dell'assoluta mancanza di cultura razionale (se non di educazione civica) di questo paese, unita a ottusità e ristrettezza mentale. Dando un taglio a simili pietosi gracidii, oggi atteggiamenti di questo tipo non sono scusabili, essendo disponibili a basso costo strumenti per informarsi e acculturarsi, potendo altresì contare sul confronto con idee della più disparata provenienza ed estrazione, assicurato quantomeno dalla frequentazione di Internet, che non impone fruizione passiva e riduce le distanze (mi riferisco all'e-mail e alla possibilità di accesso a materiale accademico o comunque di valore riconosciuto). .. 4.4 - Più in generale, venendo al nostro specifico, non credo all'utilità di "distruggere" i padri (i cinquantenni & oltre al potere nelle Grandi Case Editrici). Chi se ne frega... gli strumenti per metterci nella condizione di superarli li abbiamo. Invece di cercare approvazioni che fisiologicamente non dovremmo avere (a meno di essere fenomeni in qualche modo spendibili come prodotto nuovo rispetto al già in circolo, freak o bimbi prodigio), e che probabilmente non fanno più testo in un mondo come quello in cui ci tocca vivere, diamoci da fare nel comporre opere di fronte alle quali non si possa che tacere. Se il genio non si forza, che almeno si tirino fuori prodotti che dimostrino serietà, capacità d'analisi, voglia di stare nel mondo. Sarebbe già tanto. Del resto siamo fortunati: questo paese non vive periodi di emergenza tali da imporre rigidi modi di essere e di fare, anzi, è un inno allo sfrenato anarcoidismo fai da te. Possiamo dunque tranquillamente allacciare contatti con chi ci pare, a costo zero o quasi. Chiediamo ai nostri amati-odiati padri se appena trent'anni fa era possibile, se avevano questa coscienza... .. Insomma, lasciamo stare il passato: chi non ha saputo emergere s'arrangi (o attenda qualche occhialuto ripristinatore dei Veri Valori, prima o poi...); noi invece guardiamo a cosa c'è di nuovo, da tenere d'occhio. Studiamolo, e se non ci piace comunque rispettiamolo: di certo scrivere versi non arricchisce e la gloria post mortem è una sciocchezza. .. 4.5 Magrelli Per mio percorso formativo rispetto alla direzione della sua poesia, non negherei un cenno a Valerio Magrelli. Ignorando le presunte sliricizzazioni del discorso (che a mio parere non esistono poi tanto), quello che va rimarcato è l'occuparsi con linguaggio abbastanza neutro di argomenti di attualità comune, comunissima. Questo è un modo per avvicinarsi al pubblico: chi compra un libro di Magrelli capisce quello che c'è scritto, ha da riflettere (anche se non ne ha tutti gli strumenti) e, al minimo, guarda astrattamente a oggetti che dà per scontati. Si potrebbe spingere molto su questo versante, ma servirebbe gente capace di muovere "dal di dentro" (che conosca come funziona materialmente la cosa), non questionando astrattamente da lontano. La tecnica non si capisce se non con gli strumenti in mano a istupidirsi per ottenere un certo risultato entro un certo tempo. Poi se ne può parlare. .. Manca del tutto, inoltre, una poesia scientifica. Mentre tecnici che scrivono se ne trovano (sebbene spesso risultino piatti e senza spessore), scienziati-scrittori si danno spesso alla narrativa in modo "esplicativo", disegnando scenari usa e getta di evidente ingenuità. Esiti letterari richiederebbero ben altra consistenza. .. Quello che voglio dire è che nel 2001 si fa più strada rivolgendosi a vecchi classici (come Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll) e che, comunque, una letteratura (poesia o narrativa) scientifica o tecnico-scientifica è ancora lungi dall'esprimere risultati apprezzabili. In poesia lo stesso Sinisgalli non mi pare scrivesse da poeta, quanto piuttosto da ingegnere-che-si-diletta-in-versi. Magrelli è un buon pioniere e merita molto, almeno nell'aver dimostrato che è possibile scrivere "metallico" (anche se lui in fondo non lo fa, poiché è umanista, e non ha la pesantezza, la "piattezza" del discorso puramente deduttivo). I suoi esiti sono notevoli quando elimina del tutto la componente umana dal discorso. Basti un cenno a questa poesia, tratta da La forma della casa, in "Nature e venature": .. ..
La cucina è gremita di oggetti e veramente può sembrare un bosco. Ogni pianta è al suo posto sorge là dove è messa con pazienza infinita riposa. Pensate alle cose alla flora metallica
delle posate.
Questa è una situazione limite della disantropomorfizzazione del discorso magrelliano. Non è poco: geometria, stilizzazione del vivente (mascherata da vitalismo; del bosco, delle piante). Si potrebbe andare oltre, se l'autore riuscisse a metallicizzare l'ambiente domestico e caldo della cucina, senza devitalizzarlo, solo comprimendone l'energia. La si modifichi a questa maniera: .. ..
che realmente appaiono bosco. Ogni pianta è ferma al suo posto. Là sorge, dove è messa con pazienza infinita riposa. ...
.. .......................... .. Conclusione Al di là delle evoluzioni individuali, mi auguro che la poesia guadagni posizioni nel dibattito culturale degli anni a venire. Il nostro impegno deve consistere nello spenderci anche fuori da questo ambito di nicchia, cercando di guadagnare visibilità e consenso senza sgomitare né "trafficare" (alla lunga ci screditeremmo). Per quel che mi riguarda proverò a realizzare quanto accennato in questo intervento sviluppando intenzionalmente una poesia parimenti fruibile (possibilmente di spessore letterario) da scientifici e umanisti. Sto lavorando a un libro, in questo senso. .. Giuseppe
Cornacchia, 29 agosto 2001, Pisa ......
PS - Risposta a un invito di Marco Merlin a essere meno evasivo circa la questione fondamentale "Di cosa siamo poeti?" Non ha senso che mi metta a cercare di esprimerti in forma piana quello che vorrei scrivere: non ci riuscirei, non sarei completo né esaustivo. Io stesso sto ancora schizzandolo, il libro con il quale mi metterò in gioco - e cercherò di dare lì una risposta. Non mi stupisce che ci sia una generale vaghezza sulla questione fondamentale, come mi dici. Essendo poeti, che credevi? Al "di cosa siamo poeti" devi rispondere tu, chi fa critica, analizzando i testi. Lo stai facendo sulla rivista, no? Non ti soddisfano i testi? Potrebbe essere basso il livello di chi scrive o potrebbe esserci un errore prospettico. Cerchi riscontri? Provo a darti il mio. .. Ho letto la tua analisi su Magrelli, che m'hai spedito riferendoti all'accenno nel mio intervento precedente. Interessante. Fa pendant con quelle su Cucchi e De Angelis, mi pare. Possiamo discutere su portata e spessore dei loro discorsi poetici, facendo interpretazione: le tue sono di insoddisfazione complessiva; li vedi "autori di un solo libro", perdipiù su basi patologiche: Magrelli solipsista & masturbatorio; Cucchi piangente orfanello senza guida; De Angelis gatto di marmo tendente alla stolidità. .. Io li ritengo ottimi autori. Sono poeti, non devono risolvere il mondo. Non credo rompano le scatole: fanno un lavoro, lo fanno con decoro, girano il mondo, hanno soddisfazioni. Alcuni di loro li ho sentiti parlare: non saranno la fotografia dell'incendiario ma sanno il fatto loro. Ti spaventa questa "normalità"? Ti auguri ottiche punitivo-religiose di colpa-espiazione-redenzione ed effluvi di sangue & sentimento sulla carta e nella vita?? Cerchi dinamiche orfiche, cristiche, mantriche??? .. Con questi criteri non si salva nessuno: già mi vedo (quando magari scriverai di me) "vago, irrisolto, incapace di tenere una linea netta, forse a causa della sua dislessia che lo porta qua e là senza requie. Incompiuto". .. Cosa voglio dire? L'uomo è un essere fragile e limitato e se leggi tutto in base ai suoi limiti, la poesia l'ammazzi. Di te si potrebbe dire (faccio un'ipotesi interpretando a naso il tuo modo di fare critica): "frustrato dall'impossibile tensione a un irraggiungibile essere perfetto, sia Dio, Itaca, una donna". Ma che vita fai? Cioè: a monte della tua tensione, cosa c'è? .. A monte della mia c'é una sana curiosità di conoscere, unita a una spiccata voglia di sporcarmi le mani, partecipare. Per me non c'è differenza fra poesia, matematica, fisica e tecnica: ognuna di queste branche mi rende partecipe di un modo di stare nel mondo e sono curioso delle esperienze degli altri; per collaborare; per aiutare, se possibile. Io aiuto per essere aiutato a fare sintesi, a dare un senso complessivo al lavorio di questo tempo. .. Verso cosa, chiedi. Di cosa mi faccio poeta? Di un impulso, di una volontà, di altro? .. Rispondo: come fai a pretendere una risposta univoca, qui e ora? La varietà del mondo dimostra l'impossibile riduzione all'Uno, che ti piaccia o no. E pensa che siamo quaranta animelle sui miliardi passati su un misero pianeta di uno sputo di galassia: l'astrofisica pone domande che, a confronto, quelle che ci facciamo in poesia fanno ridere, nel loro ridicolo antropomorfismo (ce ne spogliassimo sai che rivoluzione... anche a questo tenderò, nel libro). La fisica nucleare dice che c'è un sacco di materia ma non si sa dove sia. Sparita! I neurofisiologi si stanno ammattendo alla ricerca di una sede fisica della coscienza. I genetisti cercano un pulsantino per ogni malattia. E si potrebbe continuare all'infinito... .. Qual è il senso di tutto questo? Quale quello di stare al mondo? Io ho una visione operaia: non sono in grado di esprimere una ragionevole opinione in merito al "chi siamo, dove andiamo", ma posso impegnarmi per cercare di migliorare le conoscenze, obiettivo perseguibile e concreto. Magari non è l'approccio di chi invoca intuizione pura, disvelamento e apparizione dell'essere, ma il mondo di oggi è questo (con tutti i suoi pregi, prima dei suoi difetti) grazie ai progressi in campo analitico, se no stavamo ancora agli sciamani o all'età della pietra. Se permetti, sono ben contento di essermi affrancato da ogni tipo di sciamanesimo. .. Non so se sia propriamente il senso che cerchiamo, ma ho imparato che più strumenti ho/abbiamo a disposizione, maggiori probabilità ho/abbiamo di accrescere sapienza, conoscenza e manualità. E di generare altri strumenti, sempre più raffinati. Verso cosa, si vedrà. Diamo tempo al tempo. .. La poesia non cambia, dici? Certe questioni rimangono irrisolte?? Non credo. Il progresso genera progresso e cambia continuamente il mondo in cui siamo immersi, e anche le domande cambiano colore. Bene? Male? Si può discutere, prevedere correttivi, dove serve. Certo l'uomo non è buono come lo sto dipingendo io (e qui potrebbe esserci un'altra domanda di senso)... .. Ricordi Genova, il G8? I manifestanti? Ci hai mandato una e-mail, a riguardo. Per me sono energia sprecata, malinvestita, strumentalizzata. Potrebbero fare tanto, con la voglia di partecipazione che hanno, ma *costa fatica*. È tanto più comodo scendere in piazza ad assaltare negozi... Quanti sono disposti a darsi da fare faticando?? Tu, Marco, in quello che fai fatichi: a mio modo di vedere sei salvo. Perché dovrei darti addosso anche se non la pensi come me? Questo è già un senso: la poesia esprime la fatica di stare nel mondo, che per di più muta continuamente appresso alle mutazioni del mondo. .. Il progresso scientifico e tecnologico traina, crea nuovi mondi. La poesia deve mostrarne il senso (non teleologico, ma almeno epistemologico), se ne è capace. Certo è lo strumento migliore: le crisi analitiche (Wittgenstein e Popper che distruggono il neopositivismo) e continentali (Heidegger che si arrende, Gadamer che si chiude in una torre d'avorio) la investono di questo onere. Un certo modo di fare filosofia è morto. Pensa a Putnam si mette a fare il "conciliante". Rorty addirittura gioca a fare il brillante. Rimanendo all'Italia, Vattimo dice che il pensiero è debole, convalescente dopo la morte della tradizionale metafisica occidentale. Ma quale morte... nella realtà il dominio del progressismo scientifico non è mai tanto netto quanto da trent'anni a questa parte (e non promette certo di allentare la presa). .. Dov'è la tua pretesa di assolutismo, Marco, di sacro? DICO DAVVERO, non a paroline: non penso che il mio intervento (quello precedente, ché questo me l'hai tirato dal cuore, come volevi...) fosse banale. Se è sembrato banale, meglio, direbbe Rorty: non causerà conflitti. Se lo hai condiviso in pieno, perfetto, direbbe Putnam, essendo la nostra formazione (e aspettative su quanto facciamo) così diversa. Risultato? Collaboreremo, invece di farci la guerra. A te sembrerà di portarmi sotto la tua campana, io riuscirò a prendere quello che di meglio la vostra interessante e aggressiva rivista propone. Tutti contenti, ognuno continua sulla sua strada. .. Ma io potevo dirti che i poeti sono una massa di segoni mentali; tu che io sono un ottuso tecnicucolo. Non l'abbiamo fatto. Di certo, però, lo sforzo lo sto facendo soprattutto io: è l'analitico che muove verso il continentale. L'analisi si muove e muove verso nuovi mondi. Io sono venuto a darvi noia. Quando farete un passo faticoso verso il lontano da voi? Quando, invece di stroncare, cercherai una lettura possibile del solipsista, dell'orfanello, del gatto di marmo, del dislessico?? E meno male che fai/fate ermeneutica... .. Questo è il mio modo di vedere le cose, questo il senso che forse volevi leggere nell'intervento condivisibile ma meccanico e vago che t'ho mandato in prima battuta. Nello specifico, nella scrittura in versi che sto approntando, cercherò comunque di convogliare altre cose, che qui mi sono sfuggite, che non sono entrate o che mi insegnerete voi. .. Giuseppe
Cornacchia, 30 agosto 2001, Pisa......
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